Storie di scelte e conflitti
- cattiveproduzioni

- Oct 7
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Rielaboriamo il passato con i registi di Ninni’s Story e Ti Amo Anche Quando Vinci

Crescere, in fin dei conti, non è solo un processo fisico. È anche un lento ripensare a tutto ciò che ci ha formato, alle scelte che abbiamo fatto o che avremmo dovuto fare, ai legami che ci definiscono. I genitori, con le loro decisioni, spesso sono figure centrali in questo processo. Eppure, col tempo, ci rendiamo conto che anche loro, come noi, sono stati giovani, hanno fatto errori, hanno avuto sogni e paure.
Nel cuore di due cortometraggi del nostro catalogo – Ninni’s Story e Ti Amo Anche Quando Vinci – c’è proprio questo: il momento in cui le scelte passate vengono rielaborate e, forse, finalmente comprese.
In Ninni’s Story, Valentina è una regista affermata che, grazie a un regalo inaspettato di suo figlio, rivive la gravidanza che l'ha colta giovane, rimettendo in gioco alcune decisioni che hanno segnato la sua vita. In Ti Amo Anche Quando Vinci, un ladro in fuga dopo una rapina finita male si ritrova, nel cuore della sua disperata corsa, a fare i conti con il rapporto difficile con suo padre, un legame mai davvero risolto.
In questo articolo parleremo con i registi Davide Finocchiaro e Giordano Toreti per riflettere sul rapporto tra genitori e figli, sulle scelte e su come il tempo, l’esperienza e l’introspezione possano aiutarci a riconsiderare il passato.
🧠Rielaboriamo con..
🗣Davide Finocchiaro, regista di Ninni’s Story:
Il corto esplora la rielaborazione del passato attraverso la storia di Valentina, regista teatrale che rivive la gravidanza che l'ha colta giovane. C’è un’esperienza personale o un'idea più universale che ti ha ispirato per questa riflessione sul tempo, sulle scelte, sul dissidio tra carriera e vita privata?
Risposta: In generale, questa attitudine all’introspezione e al rivangare nel passato cercando connessioni con il presente, è qualcosa che ho sempre vissuto nel mio gruppo di amici. Nel periodo di stesura dello script, questa tendenza era particolarmente accentuata dall’annuncio di mio fratello e la sua fidanzata che sarei diventato zio, fatto che sicuramente ha contribuito ad inserire e descrivere la situazione di una gravidanza.
Nello specifico, però, Ninni’s Story nasce da un profondo dolore successivo alla fine di una relazione. Avevo necessità di rappresentare una protagonista femminile per cercare di espiare quelle che ritenevo essere le mie colpe, facendo compiere a Valentina, cioè Ninni, delle scelte che miglioreranno la sua vita. Lei è infatti un personaggio forte, che prende delle decisioni difficili, anche a costo di far vacillare il rapporto con il suo fidanzato Lorenzo. Prendendo spunto da ciò che mi era successo, ho voluto parlare anche di come un evento esterno, incontrollabile e impronosticabile, possa modificare in maniera radicale la vita di una persona. Ed effettivamente questo accade nel corto: Valentina in seguito ad un terribile evento, ripensa alle sue ambizioni teatrali e mette in discussione il suo futuro da madre. Inoltre, siccome le relazioni non terminano mai per cause unilaterali, era fondamentale non cadere in una narrazione semplicistica, evitando dunque di ridurre Valentina e Lorenzo a personaggi stereotipati. Lui, ad esempio, non è il “cattivo” della storia. È insicuro, ha bisogno di sentirsi importante, di ricevere conferme. Quando annuncia con entusiasmo la gravidanza agli amici, non lo fa (solo) per arroganza, ma perché cerca un riconoscimento esterno, forse influenzato da un padre invadente o da amici che, con le loro domande, sembrano voler mettere alla prova la coppia. La sua rabbia per il comportamento di Valentina è comprensibile, perché si sente escluso da un percorso che lo riguarda. Allo stesso tempo, però, Valentina ha il diritto di decidere per sé stessa e di rifiutare qualsiasi forma di pressione.
La vera rivalsa di Ninni emerge però quando la ritroviamo adulta. È attraverso il suo sguardo che riviviamo la storia ed è solo lei che ha davvero affrontato quelle sfide. Nel corso della sua giornata lavorativa scopriamo che, crescendo, è riuscita a costruire la vita che desiderava: ha avuto un figlio ed è diventata una regista di successo. Il suo percorso ci racconta di una donna che, con fatica, è riuscita a scegliere sia la carriera che la famiglia.

La scrittura, il teatro, il cinema e le arti in generale sono spesso strumenti per rielaborare il passato. Nel tuo corto, si mescolano più mezzi espressivi, come il teatro, il VHS (attraverso l’utilizzo di materiale privato della famiglia dell’attrice protagonista Valentina Verre) e la cornice stessa del corto. In che misura questi elementi sono stati strumenti per 'giocare' con la rielaborazione del passato, creando una riflessione su ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere?
Risposta: Penso che la volontà di rappresentare vari piani temporali nasca innanzitutto dalla mia ossessione per l’origine delle cose. Mi domando spesso da dove abbiano iniziato a generarsi le mie paure, i miei lati negativi, le mie ossessioni. Esisteva un momento di purezza iniziale in cui tutto questo non c’era? Dove ho iniziato a sbagliare o dove gli altri hanno sbagliato con me? Queste domande ho provato a portarle nel corto e infatti la prima volta che vediamo Ninni adulta è il giorno del suo compleanno, un evento che scandisce lo scorrere del tempo e presuppone una felicità che invece in Ninni manca. Il VHS, che Valentina e la sua famiglia mi hanno gentilmente concesso, rafforza questa ricerca: mette a confronto un prima e un dopo, una gravidanza voluta con una non voluta, un’infanzia felice con un presente più cupo. Giocare con vari mezzi cinematografici mi aiuta dunque a cercare un senso in qualcosa che a mio parere senso non ha, ovvero la vita.
La scena a teatro fa poi sicuramente parte del mio immaginario, avendolo praticato per vari anni a “Quelli di Grock”. Mi ha incuriosito subito la possibilità che Valentina, in maniera più o meno inconscia, mettesse in scena un monologo che parlasse di se stessa e del modo in cui ha vissuto le relazione con Lorenzo. In quella scena ci siamo concessi anche qualche sperimentalismo paragonando la condizione di Ninni al tempo con quella di un animale in gabbia.
Credo infine che vedere Ninni da bambina aiuti lo spettatore ad affezionarsi a lei, dandogli la strana sensazione di conoscerla da sempre.

🗣 Giordano Toreti, regista di Ti Amo Anche Quando Vinci:
Il protagonista del tuo corto è un ladro in fuga, ma il vero confronto che affronta è con il fantasma emotivo del padre, un legame mai veramente risolto. Cosa ti ha spinto ad esplorare questo tema, e come hai scelto di metterlo in contrasto con la situazione di fuga e disperazione del personaggio?
Risposta: Per la prima volta in vita mia mi sono trovato a dovermi confrontare con un’idea totalmente proposta da qualcun altro. La tematica e la storia mi sono state suggerite dallo sceneggiatore del corto. Sin da subito, mi ha colpito l’universalità della storia: il cuore del racconto è il rapporto, portato in scena da un padre e un figlio, ma potremmo cambiare i ruoli e la tipologia di relazione senza che la sostanza ne risenta.
In Ti amo anche quando vinci abbiamo provato a raccontare quanto il modo in cui ci rapportiamo agli altri ci definisca, quanto sia fondamentale per la crescita imparare a relazionarci emotivamente e sentimentalmente con chi ci sta vicino. L’esempio genitoriale è sicuramente il più immediato e significativo: un buon equilibrio nel legame con i nostri genitori ci aiuta ad affrontare il mondo esterno con maggiore solidità e consapevolezza, fornendoci gli strumenti emotivi per riconoscere le nostre emozioni e quelle altrui, elemento essenziale per costruire relazioni autentiche.
Rapportarsi con gli altri è un esercizio di equilibrismo continuo tra noi e l’interlocutore, un gioco emotivo di specchi in cui le emozioni che esprimiamo e quelle che percepiamo dall’altro devono continuamente incastrarsi con il loro corrispettivo. Costruire un legame è complesso: a volte l’equilibrio si spezza e, come reazione, possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi.
In Ti amo anche quando vinci abbiamo voluto rappresentare questa chiusura come una fuga: il nostro protagonista scappa da ciò che è stato, alla ricerca di una catarsi che gli permetta di ricostruire il proprio domani, passando attraverso una maturazione che coincide con l’imparare a esprimere ciò che ha dentro e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Per farlo, correre in salita, inseguito dalla polizia, ci è sembrato uno sforzo che potesse rappresentare quello necessario per riuscire finalmente a esprimere i propri sentimenti a una persona cara con cui non si è mai riusciti ad avere il rapporto desiderato.
Il rapporto tra il protagonista e suo padre è quello di due esseri umani che non hanno mai imparato ad ascoltarsi, come due batterie che hanno ognuna il proprio tempo e ritmo, ma che non si armonizzano tra loro. Fatica e sudore, per il protagonista, diventano sinonimo di libertà: la libertà di dire per la prima volta a suo padre tutto ciò che fino a quel giorno non era riuscito a esprimere, una frustrazione così grande da averlo spinto a buttare via la propria vita, diventando tutto ciò che odia nel padre.
Per il padre, invece, la corsa diventa l’occasione di imparare ad ascoltare il figlio, smettendo di cercare di incanalarlo in qualcosa che suo figlio odia, solo per paura che diventi come lui.
Fuga e disperazione trovano un equilibrio quando i due, per la prima volta, smettono di suonare ciascuno il proprio ritmo e iniziano ad ascoltarsi: nel silenzio, si parlano con lo sguardo e finalmente si comprendono.

"Ti Amo Anche Quando Vinci" è stato creato nell’ambito del The 48 Hour Film Project, un contesto in cui le risorse e le tempistiche sono estremamente limitate. Come hai vissuto la sfida di realizzare un progetto così profondo e introspettivo in un formato che richiede una forte collaborazione e poco tempo a disposizione?
Risposta: Per me, questa è stata la prima avventura nel mondo del 48 Hour Film Project come regista. Mi era già capitato di partecipare, ma in altri ruoli.
Penso che la sfida più complessa, in un contesto così particolare, sia quella di costruire il giusto clima all’interno della troupe. Serve un equilibrio tra il rispetto dei ruoli, necessario per portare a casa un lavoro ben fatto, e la serenità di ricordarsi che la bellezza del 48 Hour Film Project sta nella libertà di fare cinema senza il peso delle scadenze e delle conseguenze economiche.
Il mio obiettivo era sì quello di fare un buon lavoro e raccontare questa storia nel migliore dei modi, ma soprattutto quello di costruire un set dove divertirci facendo cinema, poter giocare con il cinema, ricordarci per quale motivo vogliamo fare questo mestiere, sentendoci liberi mentalmente e giocosamente coinvolti in qualcosa che ci desse soddisfazione. Penso che il buon risultato sia dovuto al fatto che tutti siamo arrivati lì con lo stesso spirito e siamo riusciti a coinvolgerci reciprocamente, creando un clima che ha influenzato anche i due attori. Questi ultimi hanno risposto in maniera egregia, permettendoci di terminare le riprese dell’intero cortometraggio in sole quattro ore di lavoro, senza però perdere in qualità o profondità; anzi, se possibile, beneficiandone per entrare ancor di più nella parte.
So che il cinema è un lavoro e, in quanto tale, necessita di regole, ruoli e tanta fatica, ma credo anche che servano leggerezza, gioco e divertimento per creare un clima sereno, capace di rafforzare i rapporti tra le persone e di far sì che l’unione di intenti cresca, creando un legame talmente forte da sospingere l’opera fino al suo traguardo finale. Possiamo dire che questo rapporto amicale/professionale, nato sul set, sia stato lo specchio del messaggio del corto stesso e ne abbia amplificato la riuscita e la forza.




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