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Storie che rivelano eredità emotive

Una piccola “sessione di terapia” con le registe di Tits Don’t Cry e Little Hole



Raccontare in modo autentico l’identità e la crescita significa, spesso, ripensarsi come figlɜ, riconsiderare il legame con i propri genitori e confrontarsi con ferite mai del tutto rimarginate. Attraverso il cinema, queste riflessioni possono prendere forma in storie intime e potenti, capaci di scavare nelle relazioni familiari e nei nodi irrisolti del passato.


In questo articolo incontriamo Anna Coccoli o e Giulia Tivelli, rispettivamente le registe di Tits Don’t Cry e Little Hole, due cortometraggi del nostro catalogo che affrontano, da prospettive diverse, il rapporto tra genitori e figlɜ, il peso dell’eredità familiare e la costruzione di sé.


Tits Don’t Cry racconta la storia di una donna che ha sempre cercato di essere diversa da sua madre, finché una crepa sul suo corpo la costringe a confrontarsi con le proprie origini. Little Hole esplora il viaggio dell’adozione tra paure primordiali, il desiderio di incontro e una dolceamara esperienza di scoperta, ponendo domande critiche sulla costruzione dell’identità e sul legame tra genitori e figli.


Oggi, in questa “sessione” speciale, apriamo uno spazio di dialogo con le registe, per scavare nei ricordi, nei non detti e nelle eredità emotive che hanno dato forma alle loro storie.


🧠 L’origine della storia. Quanto la vostra esperienza personale ha ispirato il vostro cortometraggio? C’è stato un evento o un sentimento specifico che ha acceso la scintilla iniziale?


  • A. Coccoli: Pensate che questo cortometraggio doveva essere inizialmente una commedia, magari amara, ma una commedia. Sapete che l’incubo di quasi ogni ragazza è somigliare a sua madre? Ecco: immaginate voler esser il contrario della propria madre e ritrovarsi ad affrontare la stessa malattia. E lì reagire esattamente come aveva reagito vostra madre. Quella che si chiama ironia del destino, no? La verità è che poi, quando l’idea prende forma, assume un suo carattere, una sua verità. Il corto è tutt’altro che una commedia e all’inizio ne ero dispiaciuta. A distanza , adesso, lo apprezzo perché trovo sia uscita una verità che non mi aspettavo. E mi è arrivata in faccia come un pugno.


  • G. Tivelli: La storia di "Little Hole" ha origine da un sentimento, una sensazione che ho provato per un periodo della mia vita in cui sentivo un senso di vuoto a cui non riuscivo a dare una risposta. Era una sensazione che sentivo nel corpo, e non riuscivo a razionalizzare nella mente. Poi, con il tempo, ho capito che riguardava un'assenza, principalmente fisica. L'assenza di un contatto umano, che in genere è quello di una madre o un padre, e che se non c'è, ti lascia un senso di vuoto, piccolo ma emotivamente enorme. Da qui ho deciso di scrivere Little Hole con l'idea di raccontare qualcosa di che ha a che fare con la dimensione sensoriale e non quella cerebrale.




🎞 Il ruolo dei genitori nel vostro immaginario cinematografico. Le vostre madri o i vostri padri hanno avuto un’influenza sui film che guardavate da bambine? E oggi, da registe, sentite che in qualche modo la loro presenza o assenza si riflette nel vostro modo di raccontare?

  • A. Coccoli: Devo dire che nel mio caso è avvenuto quasi il contrario: iniziando ad appassionarmi al cinema, li ho incentivati io a guardare i film che mi piacevano, ribaltando i ruoli. Il risultato? Li ho convinti ad andare a vedere “Roma” di Alfonso Cuaròn , film che ho amato moltissimo. Mi hanno maledetta per parecchio tempo.

  • G. Tivelli: I miei genitori non sono mai stati dei cinefili, facevano due lavori completamente diversi, e io di conseguenza ho scoperto molto tardi il cinema. Con mio fratello guardavamo molti cartoni, e poi Jurassick Park, eravamo fissati. Quella dimensione fanciullesca non l'ho mai abbandonata, ma quando ho iniziato l'accademia, ho creduto fosse sbagliato esternarla, poiché intorno a me c'erano cinefili veri. Con il tempo ho capito che avrei fatto questo lavoro per l'esigenza di raccontare storie, e quindi di raccontare anche quel mondo infantile a cui sono affezionata. Trovo sia importante proteggere quella dimensione, e raccontarla in modo sottile, arrivando alla pancia dello spettatore senza che se ne renda conto. La presenza dei miei genitori ha influenzato sul modo in cui sento il bisogno di raccontare emozioni, mi hanno educata dando priorità all'intelligenza emotiva e facendomi coltivare quella intellettiva. 


🩹 Il cinema come spazio di elaborazione. Guardare film, scrivere o girare storie personali ha avuto per voi una funzione quasi terapeutica? Vi ha aiutato a rielaborare il vostro vissuto o a dare un senso a dinamiche familiari complesse?


  • A. Coccoli: Come spiegavo nella domanda precedente, è stato assolutamente terapeutico. Dall’idea alla sceneggiatura e dalla sceneggiatura alla realizzazione ha fatto uscire da me sentimenti di cui non avevo idea. Per me era stata un po’ la sfida di questo corto: sarei stata in grado di parlare di una cicatrice (nel senso letterale del termine) così recente?


  • G. Tivelli: Certamente. Il mio primo cortometraggio si chiama "Milady", è un documentario sul tema dell'adozione che alterna interviste e film di repertorio di quando i miei genitori mi sono venuti a prendere in Colombia. Durante le riprese di quel progetto ho avuto molti momenti difficili, in cui non capivo più cosa pensassi e provassi riguardo alla mia adozione. Le domande rivolte agli intervistati in un attimo sono diventate domande che rivolgevo a me stessa. Dopo qualche mese dalla fine di quel progetto avevo consapevolezze diverse, il mio sguardo era molto cambiato: avevo elaborato qualcosa che non sapevo neanche andasse elaborata. 



❤️ Il cuore del vostro film. Se doveste scegliere una scena o un momento del vostro corto che racchiude il suo significato più profondo, quale sarebbe? E perché?


  • A. Coccoli: Il momento in cui la madre le chiede un aiuto ad entrare nella vasca, dimostrandosi fragile e disperata. Quello è il momento che io individuo come crescita della protagonista e della persona in generale: svelare la fragilità di chi riteniamo mentore ci aiuta ad avviare una nostra personalità.


  • G. Tivelli: Senza dubbio direi il momento in cui il bambino si accorge della presenza di un altro bambino che vive nella sua stessa condizione. Lo trovo un momento importante perché quando si è così piccoli è necessario trovare un riferimento, e quando lo si trova diventa parte di te, come dovrebbe essere tra una madre e un figlio appena nato: un legame diadico. 



 
 
 

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